Ortodonzia linguale senza attacchi
Un apparecchio fisso, dietro i denti, che non si vede. E senza i bracket metallici che di solito ci si incollano sopra.
Cos’è
L’ortodonzia linguale è l’unico apparecchio fisso davvero invisibile: sta sulla faccia interna dei denti, quella rivolta verso la lingua. Non si vede da nessuna angolazione, per tutta la durata della cura.
Il problema è che, storicamente, è anche una delle tecniche più scomode, per chi la porta e per chi la esegue. I bracket linguali sono ingombranti, hanno alette e spigoli che danno fastidio alla lingua, disturbano la pronuncia e rendono più difficile pulire bene. Il disturbo della pronuncia, in particolare, è il fastidio segnalato più spesso da chi porta un apparecchio linguale.
La tecnica che uso toglie di mezzo proprio il pezzo che dà più problemi: gli attacchi.
Da dove viene
Non è nata dal nulla, e la sua storia è anche la ragione per cui funziona.
Aldo Macchi è stato il mio maestro, ed è tra gli inventori dell’ortodonzia linguale, cioè l’apparecchio montato dietro i denti invece che davanti. Per anni quella tecnica ha avuto un problema pratico: gli attacchi finiscono dove sta la lingua, e i primi erano spigolosi e ingombranti.
Il suo lavoro è passato per più stadi. Prima i MAC, mantenitori attivi di contenzione, per le piccole correzioni. Poi gli i-TTR di Rocky Mountain Orthodontics, un sistema con gli attacchi: la base è sferica, praticamente una emisfera, e la lingua trova una superficie tonda invece di spigoli. Sono molto più comodi degli altri bracket linguali, ed è questo il motivo per cui sono nati. Grazie al principio del doppio binario non perdono il controllo dell’inclinazione dei denti: sono quelli della fotografia qui accanto, un mio caso con estrazioni. Poi i Supermac.
L’ultimo passaggio è la linguale senza attacchi a scorrimento, quella che uso oggi, e ci abbiamo lavorato insieme.

Un mio caso con estrazioni, trattato con gli i-TTR di Aldo Macchi: qui gli attacchi ci sono. È il passaggio della linea che viene prima della tecnica senza attacchi.
Come funziona
Al posto dei bracket creo, direttamente in studio, dei piccoli alloggiamenti sulla superficie interna di ogni dente. Sono del colore del dente, arrotondati, senza spigoli e senza alette. Nei casi più semplici sono di composito; nei casi più impegnativi uso un microtubo in PEEK, un materiale da uso medicale, che resta in sede e fa da cuscinetto al filo nel punto in cui entra ed esce.
Dentro questi alloggiamenti corre un filo molto sottile. Di solito è un nichel-titanio superelastico da 0,010 o 0,012 di pollice, poco più di un quarto di millimetro, che lavora con forze leggere e costanti. Più di rado, e non su tutti, uso un 0,014: controlla meglio l’inclinazione, ma sviluppa forze molto più alte, a parità di spostamento quasi il quadruplo di un 0,010, e non tutti i denti le vogliono. In alcune fasi uso invece il filo australiano, un acciaio ad alta resistenza: tiene la forma che gli do meglio del nichel-titanio, e serve quando la forma conta più della dolcezza della forza.
È il filo, con la forma che gli do, a guidare i denti dove devono andare. Non ci sono attacchi a imporre una direzione: la direzione sta nel filo.
La regola è semplice: se il dente deve solo allinearsi gli faccio un alloggiamento, se gli devo dare torque gliene faccio due. Il torque è l’inclinazione della radice e non solo della corona, ed è il movimento più difficile da ottenere senza bracket. I due alloggiamenti li metto il più distanti possibile fra loro, e ci faccio passare due fili. I due fili spingono in punti diversi e in verso opposto: la coppia di forze che si crea fa ruotare il dente attorno al suo asse, radice compresa. È il principio della carriola: con un manico solo non la tieni dritta, con due sì. E più i due manici sono distanti fra loro, più l’equilibrio diventa facile. Vale identico qui: non sono i due fili a fare la differenza, è la distanza fra i due. Allontanandoli aumenta il braccio su cui agiscono, e il controllo dell’inclinazione della radice diventa semplice da ottenere.
Non è un dettaglio da appassionati: è il motivo per cui la tecnica controlla l’inclinazione con un filo tondo, senza doverlo far costruire su misura. Ogni sistema ha un piccolo margine di gioco prima che l’inclinazione cominci a trasmettersi al dente: più è stretto, più il controllo è fine. Qui dipende da due cose: la sezione del filo e quanto sono distanti fra loro i due alloggiamenti. Con gli alloggiamenti alla distanza massima il margine scende attorno ai due gradi, in linea con i migliori sistemi linguali costruiti su misura; se sono vicini, il margine è molto più largo. Sono conti di geometria, non misure di laboratorio, e fanno parte di un lavoro che sto scrivendo e che non è ancora pubblicato. Preferisco dirlo così.
Cosa cambia, in concreto
- Nessun metallo a vista sulla superficie interna. Gli alloggiamenti sono in composito del colore del dente.
- La lingua tocca solo superfici lisce. Niente spigoli, niente alette che sporgono.
- Niente legature. Sono la principale fonte di irritazione tra un dente e l’altro, e qui non ci sono.
- Ingombro ridotto verso la lingua.
Sull’adattamento alla pronuncia: nella mia esperienza clinica è rapido, e il profilo ridotto è la ragione per cui me lo aspetto.
Casi trattati con la tecnica senza attacchi: sulla faccia interna corre solo il filo, dentro gli alloggiamenti. Nessun attacco, nessuna legatura.
I MAC, quando basta poco
Dalla stessa linea di lavoro vengono i MAC, mantenitori attivi di contenzione, ideati da Aldo Macchi. Un segmento di filo in nichel-titanio incollato su un dente, con un braccio libero che agisce su quello accanto.
Fanno due cose insieme, ed è il motivo del nome: raddrizzano un dente ruotato e poi lo tengono fermo. Servono per una correzione singola o per una ricaduta dopo un vecchio trattamento, non per una cura completa.
Non sono il tipo che vende trattamenti. Se in visita risulta che il tuo caso si risolve meglio in un altro modo, anche con un apparecchio esterno, anche altrove, te lo dico.




